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Pro Letteratura e Cultura

“Voci di appartenenza, vagolanti silenzi e narrazione culturale nel romanzo «L’edera» di Grazia Deledda”, saggio di Lucia Bonanni – Contest Letterario online Grazia Deledda 150 – PLC

27 Settembre 2022, 13:40pm

Pubblicato da Emanuele Marcuccio

Contest Letterario online Grazia Deledda 150 – PLC

(Critica Letteraria)

 

Voci di appartenenza, vagolanti silenzi e narrazione culturale nel romanzo «L’edera» di Grazia Deledda[1]

 

Saggio di Lucia Bonanni

 

 

Foto della stessa Autrice

 

 

 

Siamo le ginestre d’oro giallo.

Siamo la solitudine selvaggia,

il silenzio immenso e profondo.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi

di orizzonti ampi e puri di piante fosche

di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.[2]

 

 

 

 

 

Insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 1926, Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871 da una famiglia benestante. La fase maggiormente creativa della Nostra è datata tra il 1900 e il 1920 e prende avvio con la pubblicazione del romanzo «Elias Portolu» a cui seguono altri scritti. Le sue opere sono il quadro descrittivo di una società statica, immobile, primitiva, con vecchi rancori tra famiglie, peccati da espiare, amori taciturni, “faticosi erramenti”, con i personaggi che “non sono creati con la precisione degli eroi proverbiali della letteratura universale, ma rimandano all’idea di una umanità primitiva, misera, dignitosa, formata da servi, pezzenti, briganti, benestanti sarde, vecchie dominatrici”[3].

Il romanzo «L’edera» narra la storia della decadenza di una famiglia, i nobili Decherchi, mentre il motivo del libro si impernia su un personaggio femminile, Annesa, “figlia d’anima” dei suoi benefattori. La passione tragica per Paulo Decherchi insieme alla “cupa febbre di angoscia e di odio”, ruscellante nel sangue della ragazza, portano la protagonista a dover sostenere oscuri pensieri e scostare l’amore incondizionato di Gantine. È Ziu Castigu, su re de sas concheddas (il re delle grotte), pratico più di altri di quei luoghi tra le rocce dove si aprono grotte accessibili solo ai pastori, a nascondere Annesa. Dopo aver lasciato le “casette nere e grigie” del villaggio, ella si incammina per dove inizia il sentiero delle montagne. Una “luna limpidissima” illumina l’orizzonte che appare come “uno sfondo di mare lontano” mentre le ombre dei cespugli e dei picchi rocciosi si proiettano sul terreno. Seguendo il tintinnio dei sonagli del gregge al pascolo, Annesa raggiunge la capanna del pastore e, quando i due si trovano sotto la “tomba del gigante”, l’uomo inizia a salire “di pietra in pietra”, portandosi dietro la donna. Un’altra notte passò ed ancora un altro giorno vide l’alba e poi il tramonto. L’incontro tra Annesa e prete Virdis avvenne nel portico della chiesetta. Seduto sulla muriccia, egli pregava e guardava la malinconica luna che saliva all’orizzonte. L’accento grave delle parole pronunciate dal vecchio prete “cadeva nel cuore di Annesa come pietra dentro una palude, stracciando il velo torbido e fetido della superficie melmosa” [4]. Fu in quel preciso momento che Annesa intese tutto l’orrore del suo comportamento e si sentì simile al serpente a cui il sacerdote l’aveva paragonata. Dal finestrino della chiesetta entrava il “colore di zaffiro del cielo” e una “dolcezza triste” riempiva il piccolo ambiente. Di nuovo e ancora ella si inginocchiò e baciò il pavimento polveroso. “Ehi, bandita”, disse scherzando il pastore mentre entrava “carponi nello speco”. Dal colloquio con prete Virdis era venuto a conoscenza che dalla perizia medica risultava che il vechio Zua era deceduto a causa del male che lo affliggeva per cui i Decherchi avrebbero riacquistato la libertà. La notte era “vivida di stelle”, stelle filanti attraversavano il cielo. Erano lacrime. Un lacrimare di pentimento e speranza. Da due giorni le pareti della canonica nascondevano la fuggitiva. Pensando all’aria malsana che si respirava al villaggio, il sacerdote affidò l’incarico di trovare una sistemazione per la giovane a una sua nipote che abitava a Nuoro. Nel silenzio del primo mattino Annesa prese a scendere in direzione del ponte per andare, poi, a nascondersi dietro un masso roccioso. “Io non partirò con te” fu la risposta assertiva della giovane mentre gli occhi di Paulu si infiammavano irosi. L’uomo vibrava di ira e passione, di pietà e orrore, ma lei ripeté più volte che quanto aveva fatto, era nel suo destino. Col suo “roteare pesante” la corriera si avanzava in lontanaza. Poi si fermò sul ponte. “E anni e anni passarono”. In quell’arco di tempo Paulu aveva continuato a vivere alla sua maniera e un giorno di fine autunno Annesa se lo trovò davanti come un fantasma. Un altro anno volse al termine e Annesa ricevette una lettera da donna Rachele con la quale la “vecchia dama” la pregava di “ritornare”. Con dolore lasciò la “tranquilla casetta” dove il canonico Farfalla parlava alle stelle. Diversamente casa Decherchi era tutta una rovina, decrepita, pronta a cadere. Domani Annesa avrà un nome. Si chiamerà Annesa Decherchi. Tutto era pronto per le nozze modeste e malinconiche e con le sue foglie l’edera avrebbe riallacciato pietosamente all’albero. Sullo sfondo di “paesaggi primordiali, superstizioni e costumanze medioevali, pianure deserte e monti brulli”[5] lei era tornata soltanto per fare penitenza. Nel delitto di Annesa si evoca e si rispecchia “l’allucinante potenza degli assassinii di Dostoevskij, ma l’autrice riesce ugualmente a farci sentire pietà per l’omicida”[6]. Quando Paulu fa ritorno a casa col denaro, avuto in prestito dalla equivoca Zana, proprietaria di un’osteria paesana, e passa oltre senza neppure avvisare Annesa, è in quel preciso momento che ella comprende l’inutilità del delitto. È da questa dicotomia relazionale che si origina la profonda spaccatura tra i due. Scarto formidabile di amore e odio che li allontana e li fa sentire “gelidi fantasmi” l’uno per l’altro. La “pace triste” che anima la viglia della festa di San Basilio a Barunèi, si fa seria e si muta in tragedia mentre ciascun personaggio è risucchiato nel vortice di un fato tragico, fumosa aporia sociale, priva di ogni soluzione al dolore se non attraverso il raccoglimento, la penitenza e l’espiazione.

 

Lucia Bonanni

 

 

 

Bibliografia

Deledda Grazia, L’edera, Mondadori, Milano, 1971.

Marchese Angelo, Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, Firenze, 1990.

Olivieri Mario, La letteratura italiana nelle pagine della critica, Paravia, Torino, 1959.

Segre Cesare; Mantignoni Clelia, Testi nella storia, Mondadori, Milano, 1992.

 

 

 

Il presente post con saggio breve di Lucia Bonanni, si inserisce all’interno dell’iniziativa lanciata da questo blog denominata “Contest Letterario online Grazia Deledda 150 – PLC” il 18 dicembre 2021 dopo l’adesione del curatore del blog Emanuele Marcuccio al comitato celebrativo dei 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda, costituito dalla Enciclopedia poetica online WikiPoesia” il 10 dicembre 2021. È possibile trovare tutte le informazioni per partecipare al contest letterario dedicato a Grazia Deledda con scadenza fissata al 10-12-2022, andando sul blog a questo link.

 

Locandina realizzata dal poeta Antonio Corona

 

 

Saggio e foto pubblicati su autorizzazione dell’autrice Lucia Bonanni che ha dichiarato, sotto la propria responsabilità, di essere proprietaria dei diritti sugli stessi e che la pubblicazione su questo blog è consentita dietro la propria autorizzazione. La pubblicazione – in forma integrale o di stralci – senza corretta attribuzione non è consentita, in assenza del permesso dell’autrice.

 

[1] Versione ridotta di un saggio più ampio di Lucia Bonanni, che supera oltre il doppio il limite di cinquemila caratteri consentiti per la partecipazione al contest deleddiano lanciato dal presente blog. D’accordo con l’autrice, la versione integrale sarà pubblicata su questo blog in un secondo momento, come collaborazione non partecipante al contest deleddiano. [N.d.R.]

[2] “Noi siamo sardi”, poesia attribuita a Grazia Deledda, da “SardegnaEvents.it”.

[3] Attilio Momigliano, Grazia Deledda, in Mario Olivieri, La letteratura italiana nelle pagine della critica, Paravia, Torino, 1959, pp. 789-90.

[4] Grazia Deledda, L’edera, Mondadori, Milano, 1971, p. 179.

[5] Ugo Ojetti, Antologia critica, in Op. cit., p. 14.

[6] Attilio Momigliano, Antologia critica, in Op. cit., p. 15.


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