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Pro Letteratura e Cultura

“27 gennaio 1945 – 2021. Auschwitz e i suoi figli”, saggio di Stefano Bardi - Parte Seconda e ultima

26 Febbraio 2021, 19:45pm

Pubblicato da Emanuele Marcuccio

27 gennaio 1945 – 2021

Auschwitz e i suoi Figli 
Parte Seconda

 

A cura di Stefano Bardi

 

 

 

Introduzione

 

Seconda e ultima parte trattante i moderni orrori nati da Auschwitz, con un saggio sul femminicidio e sulla sua tragica evoluzione sociale, ovvero la Mafia nigeriana.

 

 

 

Continuando e concludendo il nostro discorso sui moderni figli di Auschwitz si tratterà ora dei Femminicidi sempre però partendo da una premessa storica. Regime, quello mussoliniano, che oscurò, annegò e strozzò le libertà femminili in quanto le donne furono concepite come stupide creature a quattro zampe e inutili bestie sacrificali, ma in particolar modo come esseri inferiori creati per essere schiavizzati dai loro mariti, poiché l’unico scopo della loro misera esistenza era quello di educare i loro figli, senza nessun diritto materno annesso. Discriminazioni sociali, morali e in special modo lavorative, poiché la donne operaio-manifatturiere erano un danno per l’universo maschile con l’aumento della mascolinizzazione femminile, della disoccupazione maschile e dell’infecondità, ma in particolare della ribellione coniugale nei confronti dei mariti, che le potevano offendere, picchiare, abusare, stuprare e uccidere senza nessuna ripercussione legislativo-giudiziaria su di essi. Lavoro femminile più nel dettaglio ferocemente ostacolato dal regime mussoliniano con decreti e leggi, come il Decreto Regio del 1926, che esclude le donne dalle cattedre letterario-filosofiche e dagli uffici amministrativo-dirigenziali, la legge 221 del 1934, che impedisce la partecipazione delle donne ai pubblici concorsi riservando loro, con la legge del 1938, solo un 10% negli impieghi lavorativi pubblico-privati[1]. Razzismi questi da affiancare con l’articolo 587 del codice penale italiano denominato “Codice Rocco”, che dal 1935 fino alla sua abrogazione con la legge n. 442 del 5 agosto 1981, giustificava e puniva con pene carcerarie minori il cosiddetto delitto d’onore, in quanto l’uccisione di un coniuge, una sorella o una figlia era doverosamente legittima perché nata dallo sfogo iroso di vendicare l’infamia ricevuta, per colpa di un tradimento carnale. Femminicidio questo contenente al suo interno la violenza sessuale, che sarà riconosciuta in Italia solo nel 15 febbraio 1996 con la legge 66, che condanna l’abuso sessuale non consensuale come un crimine penale contro la persona e non più contro la morale pubblica, in quanto lesivo delle libertà personali di ogni individuo. Conquiste etiche, sociali e legislativo-giudiziarie queste nate a partire dal 25 aprile 1945 seppur ancora oggi (purtroppo) vige la cultura maschilista, che concepisce le donne come carni da ferire, consumare e picchiare a libero piacimento in quanto esseri inferiori[2], ma in particolar modo da uccidere come agnelli sacrificali[3].

 

Ferite e lacrime queste storicamente descritte, che sempre di più negli ultimi vent’anni lasciano il posto a crude testimonianze in prima persona inserite all’interno di antologie socio-letterarie, come le storie riunite nel 2016 all’interno di Trasmigrazioni. Storie di donne, di violenze, di rinascite della scrittrice, attrice e fotografa marchigiana Simonetta Peci (Montefiore dell’Aso, 1970). Opera sociale, letteraria e psicologica costruita su storie con nomi, luoghi, momenti, rielaborando le testimonianze di Loredana, Melika, Gaia, Selvaggia, Pinuccia, Eleonora, Fatima e Simonetta per salvaguardare il proprio anonimato, ma in particolar modo per lasciare ampio spazio alla testimonianze dei femminicidi vissuti in prima persona con lacrime, ferite e soffocamenti socio-esistenziali. Opera quella della scrittrice, attrice e fotografa montefiorana, che prosegue le lotte avviate in Italia nel 1985 con la convenzione della CEDAW del 1979[4].

Storia di figlie che osservano dolorosamente le proprie madri come schiave sottomesse ai propri mariti e viste come fantasmi, sgualdrine e tuttofare da poter liberamente schiaffeggiare, umiliare, punire a proprio piacimento e per ogni ribellione coniugale, ma in particolar modo figlie a loro volta stuprate a causa di depravate, fameliche, assatanate e ingorde sessualità maschili, che le vedono come sgualdrine totalmente sottomesse al loro oscuro potere coniugale, ma in particolar modo come carni da abusare singolarmente o in gruppo al di fuori del legame matrimoniale. Figlie come madri consumanti la propria esistenza accanto a mariti violenti, urlatori, bestemmiatori e dittatori soffocanti ogni emozione, amore, passione e gioia coniugale in ambienti casalinghi brumosi e silenti, ma in particolar modo animati da suocere estranee, sgarbate e negriere nei confronti della propria nuora. Dolori figliali e matrimoniali più delle volte affiancati da dolori psichici causati da mariti cinicamente sbeffeggiatori del loro aspetto fisico attraverso falsi apprezzamenti, in modo così da far nascere nell’animo delle mogli sensi di colpa socio-esistenziali e psico-fisici. Sbeffeggiamenti questi attuati attraverso il controllo mobile, lo stupro dell’intima riservatezza, il dileggio caratteriale e le offese estetico-vestiarie con lo scopo di mutarle in conniventi fantasmi fino a convincerle, che siano esse stesse la principale causa della rottura del legame coniugale. Dolori piscologici, molte volte generati da stupri sessuali rappresentanti e simboleggianti la vulva come un giocattolo da usare, guastare, crepare e ferire liberamente, presentando così la donna come una preda da cacciare, possedere, brutalizzare e uccidere fino a soffocare qualsiasi ribellione verso il marito, ma in particolar modo come un’energia da svuotare emotivamente, spiritualmente ed eticamente per ridurla in un cadavere vivente. Storie di dolore, quelle delle protagoniste, che ci mostrano come molte violenze psicologiche e stupri sessuali siano compiuti dagli stessi familiari della vittima, in quanto il loro abuso sessuale, è nato a causa delle proprie fragilità morali, incapaci di distinguere l’amore come passione ed emozione dal puro atto carnale. Fragilità, le loro, molte volte derise dai propri mariti innanzi ad amici per ridicolizzare le proprie mogli/fidanzate e mostrarle per quelle che sono in realtà innanzi ai loro occhi, ovvero stupide e inutili creature. Storie quelle di Loredana, Melika, Gaia, Selvaggia, Pinuccia, Eleonora, Fatima, Simonetta intrecciate una con l’altra e divulganti alcune armi di difesa nei confronti di tutte le donne, per rinascere esse stesse dagli abusi psico-sessuali provati in prima persona. Una prima arma di difesa è il racconto del dolore come purificazione psico-fisica e come denuncia sociale dell’aspro universo maschile (che le presenta come carta straccia da bruciare e carni da abusare selvaggiamente), ma in particolar modo come una rinascita etico-sociale ed economico-spirituale. Una seconda arma di difesa legata alla prima, è quella della fuga dal tetto coniugale come totale libertà dal senso di colpa giustificante le violenze, gli abusi, gli stupri e le lacrime inflitte dai propri mariti come atti unicamente mossi da follie, rabbie e quotidiani malumori socio-lavorativi, senza comprendere invece che queste azioni sono compiute da uomini privi di amore, compassione e fratellanza. Una terza arma di difesa, è il lavoro come creazione di un nuovo futuro morale, sociale, economico per se stesse e per la propria prole seppur quasi sempre portato avanti, con taciti silenzi riguardanti gli abusi psico-sessuali perpetrati dai mariti e dagli amici. Armi alle quali purtroppo ne va aggiunta una quarta, ovvero il suicidio come espiazione dei propri rimorsi che le raffigurano agli sguardi maritali come nefande, assatanate e depravate peccatrici sessuali. Violenze quotidiane, quelle fin qui descritte, che sempre di più negli ultimi anni sono affiancate da femminicidi minorili, come il caso della giovane siciliana Roberta Siragusa[5] e da femminicidi legati a stupri in feste private sotto effetto di droga, come il recente caso di Terrazza Sentimento[6], ma in particolar modo dagli attacchi etici e legislativo-giudiziari per l’abolizione della legge 194 del 22 maggio 1978 sull’aborto[7] che, se abrogata, muterebbe le donne in schiave nelle mani dei mariti e dagli attacchi legislativo-giudiziari contro la legge 898 del 1° dicembre 1979 sul divorzio[8], in nome di un falso amore coniugale che la moglie non deve mai rompere, ma anzi sempre rispettare e contemplare anche nel caso non fosse più innamorata del marito perché la donna secondo gli antiseparatisti al pari del Fascismo, è un essere inferiore che non può modificare la sua amorosa esistenza senza mancare di rispetto al proprio compagno, ovvero il suo unico padrone e imperatore.

 

Femminicidi questi ai giorni nostri purtroppo rilevati anche nel fenomeno criminale denominato Mafia Nigeriana, nata in Nigeria, Niger e Benin negli anni Ottanta a causa della crisi petrolifera mutando i lavoratori in spietati criminali dediti all’illegalità per mantenere i propri privilegi socio-economici. Organizzazione criminale, questa, composta da popolazioni Ibi e/o Yarubi ben scolarizzate e acculturate convergenti a loro volta in gruppi autonomi sottostanti a un unico capo che a sua volta nomina un fidato luogotenente dedito allo spaccio di droghe pesanti e cannabinoidi, alle questue, alle illiceità telematiche e con una madame dedita al meretricio di giovani connazionali in quanto concepita come una creatura soprannaturale schiavizzante le giovani connazionali con i riti voodo, le coercizioni tribali e le frustate per educarle al culto del sangue, in quanto concepite dall’ibaka[9] come insignificanti carni socialmente, eticamente ed emotivamente sacrificabili. Organizzazione questa dilagante in tutto il Mondo attraverso i Black Axe, Eye, Viking e Maphite operanti dalle roccaforti territoriali di Castel Volturno e Bari, per poi espandersi nell’Italia intera attraverso la struttura poc’anzi descritta e coadiuvata da semplici picciotti con il compito di sequestrate i documenti delle giovani nigeriane intimidendo psico-fisicamente i genitori rimasti in Africa, se non pagano all’ibaka della cellula operante la tassa per lo sfruttamento della prostituzione delle proprie figlie[10]. Cellule, ovvero nidi territoriali dediti alle illegalità poc’anzi descritte e affiancate da riciclaggi pecuniari, minacce psico-fisiche, spedizioni punitive, illeciti bancari economico-finanziari e in particolar modo dall’espatrio clandestino di connazionali, con lo scopo di affiliare nuovi picciotti nei vari nidi territoriali. Affiliazione che avviene con l’elargizione della “quota societaria”, il pestaggio psico-fisico e il solenne patto di eterna fedeltà nei confronti del nido e del suo ibaka socialmente incensurato, con un regolare lavoro e una famiglia a suo carico, ma in particolar modo attraverso la schiavizzazione meretricia delle connazionali attraverso la magia nera del Juju[11], ovvero un potere satanico pari a quello del demone babilonese Pazuzu[12], in quanto come esso capace di uccidere o di far soffrire tutti coloro che si ribellano all’oscuro potere posseduto dall’ibaka[13]. Prostituzione, quella della Mafia Nigerina, che in parole più semplici concepisce le giovani connazionali come inutili creature da picchiare, lacerare, ferire, stuprare ad ogni loro ribellione piramidale e come carni da sfruttare sessualmente, in quanto macchine dagli immensi guadagni. Meretricio sessuale sempre di più affiancato negli ultimi tempi dalla pitoccheria, ovvero dallo sfruttamento di giovani maschi adulti derubati dei propri documenti e costretti all’elemosina nei supermercati, nelle stazioni, nei negozi e nei parcheggi urbano-ospedalieri[14].

Femminicidi infine, quelli da me illustrati, che possono e devono essere curati con la riscoperta della donna perché simboleggiante la celestiale Maria madre di Gesù Cristo capace di perdonare e purificare, ma in particolar modo di partorire abbaglianti esistenze che diffondano verginità, purezza, speranza, amorevole compassione, fecondità e onestà nel Mondo.

Stefano Bardi

 

 

Bibliografia

 

DEHO’ ALESSANDRO, Maria. Un cammino, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2020. 

PECI SIMONETTA, Trasmigrazioni. Storie di donne, di violenze, di rinascite, Albero Niro, Ortezzano, 2016.

 

[1] GIANSOLDATI FRANCA, L'emancipazione femminile soffocata sotto il Fascismo, alle donne ruoli subalterni «perchè poco intelligenti», ilmessaggero.it/politica/fascismo_duce_mussolini_donne_lavoro_archivi_storia_emancipazione_diritti_voto_mind_the_gap-4998223.html, “Il Messaggero”, Roma, 21 gennaio 2020.

[2] Il numero delle vittime e le forme della violenza, www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza,  Istituto nazionale di statistica, Roma.

[3] Omicidi di donne, istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/omicidi-di-donne, Istituto nazionale di statistica, Roma.

[4] Convezione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_sull%27eliminazione_di_ogni_forma_di_discriminazione_della_donna, “Wikipedia”, 2021.

[5] REDAZIONE, Ragazza uccisa a Caccamo: il fidanzato Pietro Morreale fermato per omicidio, lagone.it/2021/01/26/ragazza-uccisa-a-caccamo-il-fidanzato-pietro-morreale-fermato-per-omicidio/, “L’agone nuovo”, Anguillara Sabazia, 26 gennaio 2021. 

[6] GUARINO RANIERI CARMINE, Le feste senza limiti di Genovese: manette, droga e le donne “bambola” nelle sue mani, milanotoday.it/cronaca/feste-alberto-maria-genovese-ragazze-violentate.html,  “MilanoToday”, Milano, 10 novembre 2020.

[7] ABORTO, it.wikipedia.org/wiki/Aborto, “Wikipedia”, 2021.

[8] DIVORZIO, it.wikipedia.org/wiki/Divorzio, “Wikipedia”, 2021.

[9] Ibaka =  termine nigeriano traducibile in italiano  come capo cellula.

[10] MAFIA NIGERIANA, it.wikipedia.org/wiki/Mafia_nigeriana, “Wikipedia”, 2021.

[12] PAZUZU, it.wikipedia.org/wiki/Pazuzu, “Wikipedia”, 2021.

[13] FORMICOLA LORENZA, Perché la mafia nigeriana prospera in Italia, nicolaporro.it/perche-la-mafia-nigeriana-prospera-in-italia/, dal blog di Nicola Porro, LUNIFIN, Milano, 7 agosto 2020.

[14] CHIARIELLO BIAGIO, Mafia nigeriana. Prostituzione e schiavitù: “le donne buone sono per il sesso”. Sgominati due clan, fanpage.it/attualita/prostituzione-violenza-e-schiavitu-sgominati-clan-della-mafia-nigeriana-circa-30-arresti/, “Fanpage”, Napoli, 3 dicembre 2019.

 

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