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Pro Letteratura e Cultura

Significati, anomalie e liminarità in «Aspettando Godot» di S. Beckett, saggio di Lucia Bonanni

2 Gennaio 2017, 14:27pm

Pubblicato da Emanuele Marcuccio

 

Significati, anomalie e liminarità

in «Aspettando Godot» di Samuel Beckett

A cura di Lucia Bonanni

 

 

«Non c’è da meravigliarsi che, uscendo dal teatro, la gente si chieda cosa diavolo ha visto (e poi con disinvoltura) finisce sempre per attribuire all’autore un preciso disegno simbolico»1.

Ma ciò che a noi interessa non é la sicurezza di poter decifrare il testo per rimettere insieme le tessere del puzzle e stabilire chi é Godot, bensì osservare i filoni di significato nella linea strutturale dell’intera commedia. E “non c’è dubbio che [l’opera] sia una commedia [...] che guarda criticamente se stessa”2. Tra le fonti a cui si ispira l’autore per tracciare un primo canovaccio ci sono i due quadri di Caspar David Friedrich (1774 - 1840): «Due uomini che osservano la luna» del 1819 e «Due donne che osservano la luna» del 1824. Infatti l’intero apparato scenografico é costituito da una strada deserta, un albero scheletrito e due uomini che guardano la luna e sono proprio tali riferimenti che si fanno percorso e collegamento nella platealità delle esperienze.

Così la strada, l’attesa, la solitudine, il silenzio, la stasi del tempo, l’incomunicabilità e l’ignoto sono soglie di verità e apparenza nella continua ricerca di una nozione del mondo, luogo del vivere che possa ridare identità a se stessi e costruire una semantica di relazioni profonde all’interno di quella commedia umana, costruita su dimensioni di gestualità e scambi profondi.

«Andiamocene/ Non si può/ Perché?/ Aspettiamo Godot./ Già, è vero. Sei sicuro che sia qui?/ cosa?/ Che dobbiamo aspettare./ Ha detto davanti all’albero»3.

Nei due personaggi, Estragone e Vladimiro, si possono riconoscere due mendicanti, due homeless, due senza dimora che vivono isolati dai mondi vitali, dalle reti del lavoro, del vivere sociale, dai servizi”4 o addirittura due routards che si spostano da un luogo all’altro per incontrare Godot.

In tale prospettiva il loro iter biografico sconfina nella sindrome da privazione e i due uomini vivono in uno spazio temporale statico e quasi congelato e attuano un percorso di sopravvivenza, cercando interazioni informali con i tempi di un’attesa degenerante. Nel testo di Beckett la strada non è un “ambiente ampio ed ampiamente eterogeneo”5 come potrebbe essere la strada di una città, ma luogo di isolamento e svantaggio rispetto ai campi esperienziali di empatia e mimesi da cui dipende anche il loro avvenire.

«Qual è la nostra parte in tutto questo?/ La nostra parte?/ Quella del postulante./ A questo siamo ridotti?»6

La presenza “in limine” è una delle tematiche principali della pièce teatrale di Beckett, la sua radice affonda in una sorta di disgregazione del pensiero e della volontà, ma non corrompe il nucleo interpretativo del pathos e neppure quello dell’ethos.

«Che cos’ha?/ Ha l’aria stanca./ Perché non mette giù i bagagli?/ Di’, guarda un po’ questo!/ Il collo./ Carne viva./ È la corda./ A forza di sfregare»7.

Estragone e Vladimiro guardano inquieti e quasi angosciati Lucky che, stremato per la fatica, perde l’equilibrio e cade a terra mentre Pozzo tira più forte la corda, accende la pipa e allunga le gambe. “L’uomo di Beckett non solo non riesce a trovare se stesso, ma addirittura non si cerca più”8. Anche ne «Il deserto dei Tartari» Dino Buzzati fa di Drogo un protagonista che nella vana attesa dei misteriosi Tartari, ossia nella ricerca di un senso della vita, annulla se stesso, rinuncia alla libertà e fa svanire le illusioni. I luoghi simbolici quali ad esempio la montagna e il deserto anche nel significante e significato di aggettivo sono connotazioni della solitudine e della clausola ultima del destino.

«Le lacrime del mondo sono immutabili. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove, smette»9.

Non so, se nel caso di Lucky sia lecito parlare di bestiario oppure di antropomorfismo, il fatto é che il personaggio é una accumulazione allegorica di significati profondi, diversi dalle descrizioni fantastiche e attribuzione di sentimenti. Nell’intreccio narrativo, che qui sembra essere assente, l’uomo risulta in netto contrasto con la sequenza degli eventi che vedono Pozzo degno rappresentante «di quella sporca razza in cui ci ha cacciati la sfortuna». L’esperienza della solitudine porta con sé senso del pudore, una forma di comportamento che per timidezza tende a nascondere, a dissimulare, a non mettere a nudo il proprio sentire e che genera e diffonde esclusione ed invisibilità per chi come Estragone e Vladimiro vive in strada. Per i quattro personaggi la solitudine é rappresentata dalla impossibilità di una comunicazione con la realtà vissuta e la “mancanza di condivisione dei medesimi significati”10. E dato che “non é un caso che Hölderlin parli di noi come colloqui [dicendo che] ogni essere umano è un colloquio”11, il senso di solidarietà che si stabilisce tra i due mendicanti, é costruito non tanto dal senso delle relazioni quanto dalle abitudini e dal bisogno incessante dell’attesa.

«Sono infelice/ Ma no! Da quando?/ Me ne ero dimenticato./ Sono scherzi che ci fa la memoria.[e]si può sapere dove il signore ha passato la notte?/In un fosso/Un fosso! E dove?/Laggiù/E non ti hanno picchiato?/Sì… ma non tanto.Sempre gli stessi?/Gli stessi? Non so.»12.

Nel paradosso dei dialoghi in Godot si può ravvisare l’Innominato manzoniano e una ripresa dei temi cari a Kafka, Ionesco e Pirandello, dando spazio anche all’idea del personaggio assimilabile con una divinità senza volto mentre il ragazzo é un possibile messaggero, giunto a rafforzare il climax dell’attesa.

«Il signor Godot mi ha detto di dirvi che non verrà questa sera ma di sicuro domani»13. I personaggi di Beckett sono differenti l’uno dall’altro e il trait d’union che li lega é la mancanza di capacità nel saper rielaborare il proprio vissuto non solo a livello individuale, ma anche all’interno di un gruppo. Soltanto Lucky, dietro ordine di Pozzo, sembra essere in grado di ragionare e con voce monotona farfugliare un suo monologo: «non si sa perché l’uomo malgrado i progressi dell’alimentazione va via via dimagrendo della cultura fisica della pratica degli sports quali quali quali il tennis il calcio il nuoto l’equitazione l’aviazione il tennis il morfinaggio il pattinaggio e su ghiaccio e su asfalto ahimè la testa la testa la testa in Normandia»14. Una volta Lucky era capace di ragionare molto bene, però quello che recita adesso é un monologo sconclusionato, ingarbugliato, astruso e privo di un qualsiasi nesso logico in cui l’eloquio dal ritmo incalzante e la dizione che non concede pause, da notare nel testo la totale mancanza di segni di interpunzione, la ridondanza di parole, le rime ravvicinate e quella parvenza di dignità lo assimilano alla specie del knouk, un tipo di giullare in uso per il divertimento di chi é caduto in rovina: «Una volta, c’erano i buffoni; adesso si tengono degli knouk. Chi se li può permettere»15. Intanto Estragone e Vladimiro, sconcertati dalla scena, riprendono ad esaminare l’uno la scarpa e l’altro il cappello: «È terribile/ Sembra di essere a teatro/ Al circo/ Al varietà/ Al circo/ Ma verrà la notte?»16

Ma quale significato allegorico può essere attribuito ad una scarpa e ad un cappello visto che la scarpa é destinata a contenere il piede e il cappello a coprire la testa. Vladimiro si toglie e si rimette il cappello, ci guarda dentro, lo scuote mentre Estragone guarda dentro alla scarpa, ci infila la mano e fruga, la scuote e la rigira. «Niente/ Fa vedere/ Non c’è niente da vedere»17. Forse i due si aspettano un messaggio segreto che Godot ha nascosto lì dentro oppure qualche banconota sgualcita che possa sollevare le loro sorti.

Nella commedia di Beckett il percorso di sofferenza e solitudine é messo in risalto dalla comicità e da una tipologia di humor che scopre il gioco scenico e si volge ad una “squisita cretineria” in cui si riconoscono “le incerte ombre che, appena intraviste nei romanzi, hanno qui, per necessità, un volto e una voce definiti”18. Quello di Beckett più che un teatro dell’assurdo é un teatro psicologico e tutta l’opera é imperniata sull’assenza del personaggio che può “salvare” i due mendicanti ed il pubblico stesso in modo che dalla propria prospettiva ciascuno possa nominare Godot come più preferisce. La commedia elusiva di Beckett esprime la condizione umana e l’immagine della vita in cui non ci si può non riferire al linguaggio sociale, alla mancanza di profondità delle relazioni, alla speculazione dell’esperienza e a quelle descritte come “cerimonie” attuate giorno per giorno.

Questo perché in fondo “[o]gnuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità ma, solo dei lampi fuggevoli, solo uno stormir di fronde ci sono concessi, e questi attimi di felicità si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni”19.

 

 

Lucia Bonanni

 

San Piero a Sieve (FI), 27 ottobre 2016

 

 

 

Bibliografia di riferimento:

 

Samuel Beckett, Aspettando Godot, trad. Carlo Fruttero, Einaudi, 1965.

Sabrina Tosi Cambini, Gente di sentimento. Per un’antropologia delle persone che vivono in strada, CISU, 2004.

Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012.

 


1 Carlo Fruttero, in Aspettando Godot, Einaudi, 1965, Introduzione, p. 11. Il presente saggio è stato pubblicato in Rivista di Letteratura "Euterpe", anno 6, n. 21, novembre 2016, pp. 64-67. 

2 Samuel Beckett, Aspettando Godot, trad. Carlo Fruttero, Einaudi, 1965,
p. 12.

3 Ivi, p. 25.

4 Sabrina Tosi Cambini, citazione da Zajczyk, in Gente di sentimento. Per un’antropologia delle persone che vivono in strada, CISU, 2004, p. 29.

5 Ivi, p. 14.

6 S. Beckett, Op. cit., p. 29.

7 Ivi, p. 36.

8 C. Fruttero, in Aspettando Godot, Introduzione, p. 6.

9 S. Beckett, Op. cit., pp. 44, 93.

10 S. Tosi Cambini, Op. cit., p. 71.

11 Ivi, p. 71.

12 S. Beckett, Op. cit., pp. 64, 20.

13 Ivi, p. 65.

14 Ivi, pp. 56-58.

15 Ivi, p. 45.

16 Ivi, pp. 46-47.

17 Ivi, p. 21.

18 C. Fruttero, in Op. cit., Introduzione, p. 9.

19 Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, aforisma n. 77, p. 22.


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